ENCEFALOMIELITE MIALGICA (ME)/SINDROME DA FATICA CRONICA (CFS)
Quella che
familiarmente è conosciuta come "sindrome da fatica cronica" più
appropriatamente dovrebbe chiamarsi "Encefalomielite Mialgica/Sindrome
da Fatica Cronica" (ME/CFS), un nome che non piace a nessuno, ma
che è stato scelto per convenzione internazionale in attesa di uno
migliore. Sul nome di veda più sotto.
Dall'estate 2017 i CDC di Atlanta, i Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie
statunitensi e punto di riferimento internazionale, hanno adottato come definizione di caso quella dei Criteri dell'Institute of Medicine (IOM),
ora National Intitute of Medicine - NAM), che nel 2015 ha stilato un
rapporto sulla patologia (lo si può leggere in inglese online e
scaricare gratuitamente in PDF a questo link). Secondo questi criteri si può parlare di ME/CFS in presenza dei seguenti sintomi:
Sintomi primari: -
Fatica Cronica (che comporta una riduzione sostanzaiale delle capacità
di svolgere attività personali, occupazionali e sociali; che dura
da almeno 6 mesi; che non è di tutta la vita; che è sproporzionata allo
sforzo; che non è sostanzialmente alleviata dal riposo) - PEM
(post-exertional malaise) ovvero malessere post-sforzo, che consite
dell'esacerbazione di tutti i sintomi e nella comparsa di altri a
seguito di sforzi fisici, intellettuali o di altra natura. La PEM (è
invalso l'uso dell'articolo al femminile nonostante "malessere
post-sforzo" sia maschile) può non comparire immediatamente, ma anche
ritardata di 24-48 ore.
- Disturbi del sonno
- Intolleranza ortostatica e/o - Problemi cognitivi
Sintomi Secondari: - Dolori (dolori articolari e muscolari; mal di testa, mal di gola...) - Problemi di tipo immunologico - Problemi di tipo neuroendocrino - Infezioni
Giada Da Ros (presidente della CFS Associazione Italiana) spiega in questo video questi criteri. Qui,
sottotitolato in italiano, c'è un video di tre minuti che illustra in
modo molto chiaro in che cosa consiste la PEM (post-exertional malaise,
malessere post-sforzo). Nel
video viene menzionato una spiegazione della dottoressa Lucinda Bateman
su queste nuove definizioni cliniche di CFS/ME, che si trova a questo link (in inglese con sottotitoli italiani). Sotto, trovate uno specchietto riassuntivo dei vari criteri di diagnosi. 
“I
termini Sindrome da Fatica Cronica ed Encefalomielite Mialgica (ME/CFS)
descrivono una complessa malattia fisica caratterizzata da una fatica
debilitante, malessere post-sforzo, dolore, problemi cognitivi,
disfunzione del sonno e sintomi autonomici. La caratteristica chiave
della sindrome, il malessere post-sforzo, è l’esacerbazione dei sintomi
a seguito di una minima attività fisica o mentale, che può persistere
per ore, giorni o anche settimane. Il riposo e il sonno producono solo
moderato sollievo dalla fatica e dagli altri sintomi. La malattia è
anche caratterizzata da un funzionamento fisico e/o cognitivo
sostanzialmente ridotto. Sebbene la ME/CFS sia una malattia
fisica, sintomi psicologici secondari possono essere presenti come in
molte altre malattie croniche”.
(Fonte: CFSME IACFS Primer for Clinical Practitioners – Edizione 2014)
Già nel dicembre 1994 però, un gruppo internazionale di studio sulla
Sindrome da Fatica Cronica (CFS), del quale ha fatto
parte il professor Umberto Tirelli
- oncologo, a lungo direttore del Dipartimento di Oncologia
Medica, Primario Divisione di Oncologia Medica, Responsabile Unità CFS
dell’Istituto Nazionale Tumori di Aviano (PN) - e ora direttore
scientifico e sanitario di una clinica che porta il suo nome, la
Tirelli Medical, ha pubblicato sugli Annals of Internal Medicine, una
definizione di caso, conosciuta come definizione Fukuda, che rimpiazzava la precedente,
pubblicata sei anni prima, nota come definizione Holmes.
In questa definizione, un caso di CFS (in quel caso di chiamava solo così) é definito dalla
presenza delle seguenti condizioni:
- una fatica cronica
persistente per almeno sei mesi che non é alleviata dal
riposo, che si esacerba con piccoli sforzi, e che
provoca una sostanziale riduzione dei livelli precedenti
delle attività occupazionali, sociali o personali
ed
inoltre devono essere presenti quattro o più dei
seguenti sintomi, anche questi presenti per almeno sei
mesi:
- disturbi della memoria e della concentrazione così
severi da ridurre sostanzialmente i livelli precedenti
delle attività occupazionali e personali; - faringite; - dolori delle ghiandole linfonodali cervicali e
ascellari; - dolori muscolari e delle articolazioni senza
infiammazione o rigonfiamento delle stesse; - cefalea di
un tipo diverso da quella eventualmente presente in
passato; - un sonno non ristoratore; - debolezza post
esercizio fisico che perdura per almeno 24 ore.
Recenti
studi suggeriscono a chi voglia utilizzare ancora questa definizione,
di considerare come essensiale e necessaria quella che chiamavano
"debolezza post-esercizio fisico" e che ora è stata meglio ridefinita
come PEM.
In questa definizione devono essere escluse in ogni caso tutte le condizioni
mediche che possono giustificare i sintomi del paziente,
per esempio ipotiroidismo, epatite B o C cronica,
tumori, depressione maggiore, schizofrenia, demenza,
anoressia nervosa, abuso di sostanze alcoliche ed
obesità.
Fino
all'estate 2017 questa era la definizione di caso seguita dai CDC
di Atlanta, i Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie
statunitensi. Dall'estate del 2017 i CDC non fanno più però
riferimento a questa definizione, che rimane significativa non solo per
lo "storico", ma perché tuttora negli studi di ricerca spesso è con
questa definizione che vengono selezionati i pazienti, così
come altre definizioni di caso della
CFS/ME, che vengono al momento attuale spesso utilizzate in
concomitanza, come i Criteri di Consenso Canadesi (CCC) - che trovate qui in italiano - e i Criteri Internazionali di Consenso (ICC).
Va detto che la
stanchezza è uno dei sintomi più frequenti per i quali
una persona si reca dal medico, ma spesso e’ dovuta a
stress, surmenage psicofisico, depressione o altre
patologie organiche quali l’ipotiroidismo, diabete,
infezioni croniche, malattie infiammatorie croniche ,
tumori, ecctera, e che si controlla con il controllo delle
patologie sottostanti. La CFS è una diagnosi che parte dall'esclusione per diagnosi differenziale di tutte le cause
precedenti per poter fare diagnosi.
La complessità della CFS e l'esistenza di
diversi ostacoli alla sua comprensione rendono
necessario un approccio integrato per lo studio di
questa patologia e di patologie similari. Il concetto di
stanchezza é di per sé non chiaro, e sviluppare una
definizione operativa di stanchezza é stato un problema
per gli autori. Comunque nella concezione degli autori,
il sintomo si riferisce a una spossatezza molto grave,
sia mentale che fisica, che si determina anche con uno
sforzo fisico minimo, oltreché ovviamente, per
definizione, non dovuta ad una malattia nota, e che
differisce dalla sonnolenza e dalla mancanza di
motivazione. Molti pazienti definiscono semplicemente
questa patologia come una specie di influenza cronica
che perdura da anni.
La CFS e’ stata riportata in tutto il
mondo, compresa l’Europa, l’Australia, la Nuova Zelanda
e il Canada, l’Islanda, il Giappone, la Russia e il
Sudafrica. Infatti, ogni anno, il 12 maggio si celebra
la giornata mondiale sulla Sindrome da Fatica Cronica / Encefalomielite Mialgica (CFS/ME)
per condividere sul piano sociale un pensiero di
solidarietà verso gli ammalati che quotidianamente si
devono confrontare con una malattia così fortemente
debilitate.
In
base ai diversi studi condotti negli Stati Uniti, sia a San Francisco
che a Seattle e in diverse città americane, si stima che negli Stati
Uniti vi siano circa 5 milioni di persone che hanno una patologia
simile alla Encefalomielite Mialgica / Sindrome da Fatica Cronica, e lo
stesso in Europa pertanto si può calcolare che in Italia vi siano circa
200-300.000 casi di CFS. La ME/CFS colpisce soprattutto i giovani
e lascia spesso per molti anni una situazione così grave dal punto di
vista fisico che impedisce a tutti coloro che ne sono affetti di
continuare a lavorare o a studiare. Il COVID, con l'emergere del
Long-Covid, che fino a metà dei casi si ritiene sia di fatto ME/CFS, ha
fatto lievitare questi numeri.
All’Istituto Tumori di Aviano, sono stati
compiuti una serie di studi, tra i quali la valutazione
delle alterazioni immunologiche nei pazienti con CFS, la
valutazione delle alterazioni cerebrali con una
sofisticata metodologia di diagnosi radiologica, la PET,
l'eventuale rapporto della CFS con i tumori maligni, lo
studio di nuovi farmaci, in particolare immunoglobuline
ad alte dosi, magnesio, acetilcarnitina, antivirali come
amantadina e acyclovir ed immunomodulatori come
timopentina. L’ultimo lavoro scientifico pubblicato nel
2013 riguarda i risultati di uno studio su 741 pazienti
trattati con immunoglobuline e antivirali.
Purtroppo per ora non vi è alcun farmaco
in grado di guarire definitivamente la malattia, anche
se spesso i pazienti possono trarre dei benefici da
interventi farmacologici (antivirali, corticosteroidei,
immunomodulatori, integratori, ecc.) e da modifiche
dello stile di vita, portando anche qualcuno alla
guarigione e un discreto altro numero a miglioramenti della sintomatologia.
Nel 2013 l’Agenzia Nazionale per i
Servizi Sanitari Regionali (Age.na.s.) di Roma,
nell’ambito delle sue attività, ha pubblicato un
documento scientifico sulla CFS su un progetto
strategico del Ministero della Salute sulla medicina di
genere che fa riferimento ai Criteri di Consenso Canadese (Myalgic
Encephalomyelitis/Chronic Fatigue Syndrome: a Clinical
Case Definition And Guidelines for Medical Practitioners
– Bruce M Carruthers – Marjorie I. Van de Sand). Di
questo panel di esperti fecero parte i dottori Bruce
Carruthers, Kenny de Merlier, Daniel Peterson, Nancy
Klimas, ed altri di altrettanta levatura, nomi già noti
per via della loro partecipazione alle più importanti
conferenze internazionali sulla CFS e per le loro
pubblicazioni.

Lo scopo è stato fare il punto e la sintesi
sulle più recenti e validate acquisizioni scientifiche
sulla CFS in modo da fornire ai malati, ai familiari e
ai clinici uno strumento utile alla conoscenza e alla
gestione della sindrome sulla base delle migliori
evidenze disponibili compatibilmente con le
caratteristiche di complessità che la distingue. E’
importante infatti, fornire al clinico informazioni e
raccomandazioni sul modo più corretto di diagnosticare e
di gestire i pazienti affetti dalla CFS.
Considerando che questo studio è stato
sviluppato da un gruppo multidisciplinare ed è basato
sulle migliori evidenze scientifiche, la speranza di
tutti è quella di aver tracciato attraverso questa
pubblicazione un nuovo percorso per affrontare con
strumenti più adeguati le richieste di malati.
Già in passato, nel nostro paese la
Sindrome da Fatica Cronica è stata inserita
nell’edizione della “Clinical Evidence” – edizione
italiana, una pubblicazione scientifica importante per
il nostro sistema sanitario nazionale, eseguita su
incarico del Ministero della Sanità. In passato negli
Stati Uniti l’’Istituto Nazionale delle Allergie e delle
Malattie Infettive dei National Institutes of Health ha
prodotto un volume dal titolo "Chronic Fatigue Syndrome
- Informazione per i medici" con lo scopo di
approfondire le conoscenze sulla reale efficacia degli
interventi medici nelle malattie riconosciute. La
realizzazione di questo volume infatti, è stata
possibile grazie ad un’accurata analisi e ad una
valutazione critica di informazioni selezionate
derivanti da studi clinici controllati condotti e
pubblicati in tutto il mondo.
LA QUESTIONE DEL NOME
Come si dice nel libro NONSOLOFATICA (Edizioni Mondo Nuovo)
"La ME/CFS è stata detta la malattia dei mille nomi (...)
I nomi più comunemente usati sono sempre stati però Sindrome da Fatica
Cronica (CFS) ed Encefalomielite Mialgica (ME), con variazioni anche a
seconda del Paese. Le etichette diagnostiche non sono irrilevanti e
queste sono entrambe problematiche.
Chronic Fatigue Syndrome (CFS) in italiano è stata tradotta in vari
modi: “sindrome da stanchezza cronica” è stato il primo termine usato,
anche se non ha mai convinto perché la fatigue provata dai pazienti non
è semplice stanchezza. La traduzione probabilmente più accurata è
“sindrome da affaticamento cronico”, ma dato che l’acronimo usato è
sempre stato comunque CFS, da molti, noi compresi, la traduzione
preferita è quella di Sindrome da Fatica Cronica (CFS). CFS non è mai
piaciuto ai pazienti. Chi difende questo nome sottolinea che per
qualcuno che ne soffra ma non la conosca è più facile ipotizzare di
averla nel sentirla nominare, cosa che lo aiuta quando è in cerca di
diagnosi, e perché un nome più specifico potrebbe essere fuorviante,
data la scarsa conoscenza della malattia. Tuttavia il problema con
questa dicitura è che banalizza la gravità della condizione e promuove
l'incomprensione e la stigmatizzazione di una malattia che porta un
grande grado di invalidità. Diversi studi poi hanno dimostrato che il
termine "sindrome da fatica cronica" influenza la percezione dei
pazienti della propria malattia così come le reazioni degli altri,
compreso il personale medico, i membri della famiglia e i colleghi,
cosa che può portare numerose conseguenze negative. Non sappiamo se ci
sia un solo paziente che non sia mai sentito dire “anch’io sono sempre
stanco”. Come ha osservato in passato la dottoressa Donnica Moore
sarebbe come chiamare la tubercolosi “tosse cronica” o il Parkinson
“tremore cronico”: non sarebbero prese altrettanto sul serio. E
non è solo un’impressione. Come riferisce il rapporto dello IOM/NAM,
proprio ricerche specifiche in tal senso hanno dimostrato come gli
studenti di medicina erano più propensi a classificare la condizione
come patologica quando sentivano il termine "encefalomielite mialgica"
rispetto al termine "sindrome da fatica cronica", e tra i medici
tirocinanti e studenti universitari, il termine "encefalomielite
mialgica" li portava di più a credere in una causa fisiologica per la
malattia. La National Academy of Medicine americana era arrivata alla
conclusione che “Sindrome da Fatica Cronica” non dovesse più essere
usato.
Il termine Encefalomielite Mialgica, coniato dal dottor Melvin Ramsay
in seguito all'epidemia del 1955 al Royal Free Hospital, pure è
problematico. L’Organizzazione Mondiale di Sanità la definiva in realtà
Encefalomielite Mialgica Benigna. Il termine "benigna" era stato inteso
come "non mortale", ma dato che è tutt'altro che tale, molti ne
chiedevano la rimozione. Dx Revision Watch in particolare si è
mobilitato per questo, rendendolo possibile, e “benigna” è stata
rimosso dalla classificazione degli ICD-11 nel novembre del 2020.
Comunque anche questo termine da tanti non è considerato appropriato
perché non c’è prova di infiammazione cerebrale (“encefalomielite”) nei
pazienti, anche se ci sono ipotesi che ve ne sia una di basso grado, e
il dolore (mialgia da cui “mialgica”) non è un sintomo cardine della
patologia e per molti pazienti non è un sintomo grave. È stato anche
proposto “encefalopatia” invece di encefalomielite, che indicherebbe
una disfunzione cerebrale globale, tuttavia anche questo termine non è
supportato da prove. Diversi medici poi sono semplicemente
dell’opinione che CFS ed ME siano due patologie separate, e a dispetto
dei nomi, non necessariamente una più grave dell’altra.
Per queste ragioni sarebbe opportuno trovare un nome nuovo; solo che,
se si cambiasse adesso il nome della sindrome senza averne scoperto le
cause, si potrebbe ingenerare molta confusione nella comunità medica e
tra i pazienti, rendendo un cattivo servigio alla diffusione delle
informazioni sulla malattia stessa. Così, per convenzione, a livello
internazionale si è deciso per il momento che la soluzione migliore è
quella di utilizzare la doppia dicitura, ME/CFS o CFS/ME, in attesa di
maggiori conoscenze e di un cambio di nome definitivo. Questa peraltro
non è la sola ragione che depone a favore di questa scelta, per quanto
temporanea. La maggior parte delle ricerche utilizza i vecchi criteri
Fukuda o talvolta i criteri canadesi e solo una piccola parte di questi
usa il termine ME, e le informazioni scientifiche che abbiamo sulla
prevalenza, la prognosi, la gravità eccetera si basano spesso su studi
che hanno utilizzato il termine CFS, per questo la doppia dicitura è
più utile se si vogliono recuperare informazioni. Un’altra ragione è
l’inclusività. Realisticamente, alla stragrande maggioranza dei
pazienti viene ancora diagnosticata la patologia con i vecchi criteri
di CFS. Molti di loro potrebbero anche magari avere la ME, ma
potrebbero non essere raggiunti da notizie per loro rilevanti se
usassimo solo ME. Così invece si tiene conto anche di questo gruppo di
pazienti".
Può essere utile ricordare le DIECI SCOPERTE SULLA BIOLOGIA DELLA CFS del Prof. Anthony Komaroff
Il
seguente decalogo è una sintesi delle scoperte scientifiche curato dal
Prof. Anthony Komaroff – Professore di medicina ad Harvard e
ricercatore responsabile di un programma di ricerca sulla Chronic
Fatigue Sindrome.
1. La Sindrome da Stanchezza Cronica non è un
forma di depressione, molti pazienti con CFS non sono affetti da
malattie psichiatriche. Come spesso accade nei pazienti affetti da una
malattia cronica, molti dei pazienti con CFS possono soffrire di
depressione reattiva a causa dell’impatto che la malattia ha nelle loro
vite, ma molti studi hanno dimostrato che la maggior parte dei pazienti
non erano depressi prima del manifestarsi della CFS.
2. Nella
CFS esiste uno stato cronico di attivazione di basso grado del sistema
immunitario. Esistono prove di una attività delle cellule T e di
un’attivazione dei geni che riflettono un’attivazione del sistema
immunitario e un aumento dei livelli delle citochine.
3. Vi sono
prove sostanziali di una alterata funzionalità delle cellule natural
killer (NK), sottopopolazione di linfociti (globuli bianchi) importanti
per combattere le infezioni virali. In letteratura non vi è concordanza
sulla possibile diminuzione del numero delle cellule NK nei pazienti
con CFS.
4. Utilizzando la risonanza magnetica si sono
evidenziante anomalie nella materia bianca del cervello nei pazienti
con CFS. Tipicamente si tratta di aree molto piccole al di sotto della
corteccia cerebrale, nella parte piu’ esterna degli emisferi. Sono
state osservate inoltre differenze di volume nella materia grigia.
5.
Utilizzando la SPECT (tomografia computerizzata a emissione di protone
singolo) e la PET (tomografia a emissione di positroni) sono state
scoperte anomalie nel metabolismo del cervello. Altre ricerche
suggeriscono che vi sia un disordine nel metabolismo energetico e nella
catena di trasporto elettrone ossidativa nel mitocondrio dei pazienti
con CFS.
6. Sono state riscontrate nei pazienti con CFS delle
anomalie nei multipli sistemi neuroendocrini cerebrali , in particolare
una depressione dell’asse ipotalamico – pituitario – adrenalinico
(HPA), ma anche dell’asse prolattinico-ipotalamico e dell’asse
ipotalamico-ormone della crescita.
7. Nei pazienti con CFS è
frequente anche un indebolimento cognitivo. Le anomalie piu’ spesso
documentate riguardano le difficoltà nella elaborazione delle
informazioni, i disturbi della memoria e dell’attenzione.
8.
Numerosi studi indipendenti hanno dimostrato anormalità del sistema
nervoso autonomo. Queste includono la difficoltà a mantenere il tono
pressorio in ortostatismo e, una risposta anomala della frazione di
eiezione in ortostatismo e una alterata quantità di pool ematico nelle
vene degli arti inferiori. Alcuni studi dimostrano, inoltre, bassi
livelli del volume ematico totale.
9. I pazienti con CFS hanno
un’alterata espressione dei geni che sono importanti per il metabolismo
energetico. L’energia deriva da certe sostanze chimiche naturali che
vengono metabolizzate dagli enzimi presenti in ogni singola cellula.
Questi enzimi sono controllati da geni specifici. Altre ricerche
genomiche rivelano il coinvolgimento dei geni connessi all’attività
dell’asse HPA, al sistema nervoso simpatico e alla funzione immunitaria.
10.
Esistono prove di un più frequente stato di infezione attiva latente
con diversi tipi di herpes virus e entero virus. Gli herpes virus
comprendono il virus dell’Epstein Barr, l’HHV-6 e il citomegalovirus.
Altri agenti infettivi, quali il batterio che causa la malattia di
Lyme, il virus di Ross River e la Febbre Q possono scatenare la CFS.
The CFS Research Review – Volume 8 Issue 1 – Spring 2007
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